…sei stato ufficialmente pimpato!

Qualche tempo fa, avevo scritto un articolo sull’uscita della nuova versione di Corel AfterShot Pro, software per la gestione e post-produzione fotografica, disponibile da quel momento anche per Linux.

Un lettore di Pimp My Linux™, diego, ha commentato l’articolo raccontandoci che usava il programma per lavoro ormai da un po’ e che era disponibile a farne una recensione completa per noi; ovviamente non ci siamo fatti scappare l’occasione e quindi ringrazio davvero diego per il suo contributo, ed ecco a voi la sua recensione, in cui vengono messi in luce i tanti pregi e i difetti del software che, come leggerete, lui definisce uno dei migliori che abbia mai usato:

È passato più di un mese e ho avuto modo di lavorare con Aftershot Pro in modo più completo.

Devo dire che una volta che lo si sa gestire diventa un ottimo strumento di battaglia: è veloce e non si blocca mai, nemmeno caricando migliaia di foto.

Fotoritocco selettivo

Molte volte converto più immagini in jpeg e nel contempo continuo a post-produrre tranquillamente; questo, per esempio, con Darktable sarebbe impossibile. Quest’ultimo è decisamente rivolto a un pubblico più amatoriale, che impiega magari 10 minuti a post-produrre una bella fotografia di un tramonto che di suo non ha bisogno di particolari ritocchi o correzioni. Io parlo da professionista, dunque da uno che ha bisogno di elaborare centinaia di fotografie al giorno senza troppi romanticismi ma pretendendo di ottenere risultati eccellenti se non artistici.

Adesso come adesso non rinuncerei ad Aftershot per alcune sue funzioni decisamente uniche: innanzitutto la possibilità di lavorare su più livelli. Questo mi permette di lavorare con un unico programma senza dover ricorrere a Photoshop. Certo, se devo eliminare un palo della luce devo per forza ricorrere a un programma esterno, ma questo si può impostare sempre da Aftershot. Lavorare su più livelli non è uno scherzo: penso sia il cuore del programma della Corel.

Un altro fattore decisamente importante è la possibilità di gestire le proprie cartelle in librerie. In questo modo si risparmia un sacco di tempo perché l’ordine è la prima cosa da ricercare quando si deve lavorare con decine di migliaia di fotografie. La possibilità di poter creare una nuova “versione” del nostro raw permette di elaborare il medesimo file in modi differenti senza che uno escluda l’altro. In pratica nella mia bella colonna a sinistra avrò per esempio il raw elaborato in b/n e quello a colori senza tuttavia duplicare realmente il file.

Multiple versioni dello stesso file
Multiple versioni dello stesso file

Altro fattore fondamentale e altamente professionale è l’output: in pochi secondi mi si converte il raw in jpeg (o in altri formati) anche se ha subito una pesantissima post-produzione. Inoltre è possibile scegliere tra decine di profili rgb per il nostro file. Questo serve a livello di stampa: un AdobeRGB ha per esempio un’estensione di gradazioni decisamente maggiore rispetto a un sRGB soprattutto se si deve stampare in b/n.

Passiamo alla post-produzione vera e propria. Come dicevo l’altra volta per ottenere certi risultati generalmente immediati in Lightroom, con Aftershot bisogna impegnarsi un po’ di più… Questo purtroppo rimane: Lightroom è lineare e semplice. Tutto è al suo posto e non c’è niente di più di quello che realmente serve ad un’ottima post-produzione. Parlo comunque di Lightroom 3.4 o 4.0. Aftershot è appena nato, anche se deriva da Bibble, e dunque si deve ancora formare. Un peccato sarebbe abbandonare un progetto così valido.

Se da un lato in Aftershot c’è ancora quell’insicurezza del nuovo prodotto, dall’altro la vastità delle possibilità offerte può lasciare spiazzati. È possibile fare tutto quello che programmi come Lightroom, CaptureOne etc potrebbero fare, assieme. Le elaborazioni di base sono molto buone, e permettono di avere con un click un raw quasi perfetto. Un po’ rudimentale il bilanciamento del bianco. Non prevede automatismi e comunque mi sembra molto approssimativo. Un occhio esperto tuttavia riesce sempre a bilanciare bene, questo è sicuro; comunque nemmeno Lightroom fa miracoli in questo senso. Quando si deve bilanciare diverse foto di interni con la medesima luce è sempre meglio crearsi una impostazione predefinita: in questo modo si ha la certezza di avere un bilanciamento identico in ogni scatto.

Ottime tutte le altre funzioni. Un plug-in essenziale è Wavelet Sharpen per la nitidezza. Grain è fondamentale per la gestione della grana ed è veramente ottimo. sSoften per la vignettatura assieme a Vigne se si vuole creare delle cornici stile Jeff Ascough. Altri plug-in essenziali sono: Equalizzatore Colore, Silicon Bonk (fondamentale per il b/n e non solo!!!), Bez v1.0.1 (fondamentale per la gestione delle ombre, dei mezzi toni e delle alteluci). Questi ultimi tre sono da avere per forza. La possibilità di organizzare i plug-in spostando le linguette e salvandone alcune come preferite aiuta moltissimo: tutte quelle che mi servono ce le ho davanti agli occhi senza doverle cercare di volta in volta. Come in altri programmi la possibilità di salvare maschere tramite “impostazioni predefinite” aiuta moltissimo e in Aftershot risulta gradevole e e ben fatto.

Riduzione del rumore
Riduzione del rumore

Infine parliamo del grande cruccio di tutti i programmi di post-produzione: la riduzione del rumore. Qui abbiamo tre plug-in: Diaturbo Raw, discreto se c’è poca grana da eliminare, e Wavelet Denoise e Noise Ninja per le rimozioni più impegnative. Questi ultimi due non sono per niente male. Il secondo, celebre per essere il plug-in di rimozione di Photoshop, può aiutare in certe situazioni drastiche. Il mio consiglio è di eliminare la grana creando più livelli: in questo modo si evita di smussare i contorni, di perdere dettagli e di ottenere fotografie con volti con effetto botulino.

Quello che gli altri programmi sicuramente invidiano a Aftershot è l’elaborazione in b/n: gli svariati plug-in permetto di fare di tutto e di più. Essenziale Silicon Bonk: eccellente, ottimo, e permette di avere dei bianco e neri favolosi, soprattutto lavorando assieme a Bez per la gestione delle ombre e delle alteluci. Ho lavorato con tutti i programmi di post-produzione possibili e  elaboro moltissimo in b/n, eppure non ho mai ottenuto risultati pregevoli come quelli che ottengo con Aftershot.

Questo è per sommi capi Coreal Aftershot Pro: un software eccellente, forse un po’ acerbo e decisamente poco minimalista, ma che nel mio lavoro ha rimpiazzato Lightroom. La vastità delle opzioni e delle possibilità che offre lo rende un mondo da scoprire e da provare e, una volta presa la mano, diventa lineare e semplice come ogni altro programma. Per me è probabilmente tra i migliori programmi di post-produzione in commercio. Il fatto che la gente seguiti con Lightroom è anche una questione di abitudine: basti pensare a quanto la gente sia ancora attaccata a Windows e sottovaluti Linux considerandolo o complicato o inferiore, o a quanto tempo la gente ci ha messo ad abbandonare il terribile Internet Explore in favore di browser decisamente più sicuri e migliori. Molti credono ancora che utilizzare Lightroom, software per anni considerato il top della post-produzione, sia etichetta di professionalità.

Se una fotografia è bella di suo la post-produzione sarà minima, se la foto è brutta non c’è post-produzione che tenga. La fotografia nasce nella testa, poi viene fermata con la fotocamera e infine viene elaborata con un software. Provate a indovinare quale di questi tre passaggi è il meno decisivo…

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Commenti su: "AfterShot Pro: il workflow fotografico su Linux visto da un professionista" (3)

  1. Omar ha detto:

    Uso Bibble da quando era ancora Bibble 4. Ho atteso a lungo Bibble 5 e poi sono passato a Aftershot Pro. Condivido l’articolo, nulla da invidiare a Lightroom, anzi. E la postproduzione non è necessaria se la foto è bella di sua.

  2. Anonimo ha detto:

    anch’io arrivo fresco nel mondo linux, dal mondo di apple…molte cose mi sono ancora indigeste…nel campo fotografico sto cercando di capire quale software usare se digikam o corel aftershot, che mi sembra più vicino ad aperture, anche senon ho ancora capito come gestisce gli album e le ricerche per parole chiave che mi pare non memorizzi…ho trovato l’articolo molto interessante che mi fa ben sperare se un professionista lo utilizza appieno…
    grazie

  3. Vabbè, ma come facevi a resistere 10-15 anni senza una digitale? Alla fine anch’io ho avuto una trentina di fotocamere e se sommo i costi ci sono (quasi) ma non me ne pento, grazie alle esperienze mi trovo spesso a dare informazioni ai titolari dei negozi di fotomateriale, e non sono certamente il migliore. No, no, tu hai ragione, non me ne pento neanche io, è puro “senno di poi”. Dicevo in un altro thread che il digitale ho avuto bisogno di metabolizzarlo, e mi sa che non ho neanche finito, per cui tutti questi tentativi mi sono serviti. Ci sono corpi che rivenderò avendoci fatto 500 scatti, ma mi è servito averli tra le mani per qualche mese. ma la mia domanda ora come 30 anni fa è sempre la stessa: con una Leica (e Lightroom 4 in dotazione, tanto per non uscire dal tema) si può fare davvero tutto e meglio ? Mah, dal punto di vista dello scatto, secondo me si puo’ fare meglio con un “atteggiamento Leica”, inteso come “no bells, no frills”; parliamo sempre di una macchina che arriva a iso 2500, dovrebbe far riflettere. Che l’insieme Leica abbia in sé delle eccellenze assolute è indubbio, ma ci si puo’ rivolgere con profitto anche altrove; una volta individuata una certa qualità, si va nel campo del gusto. Discorso diverso è Lightroom, o chi per lui: sì, puo’ fare di meglio cercando di acquisire cultura di produzione (o sviluppo, o PP, che dir si voglia), oltre che di scatto. E anche qui, questo nuovo bundle Leica/LR dovrebbe far pensare, è un dovuto riconoscimento ad una fase fondamentale.

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